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21/01/2010

Il fotovoltaico raddoppia nel 2009, ma il futuro è incerto



Grande corsa, ma un po' drogata, all'energia fotovoltaica. Con buoni motivi di soddisfazione, visto che ci stiamo progressivamente riallineando ai campioni europei delle fonti energetiche verdi, Germania in testa. Ma con qualche incognita per il futuro, perché la nostra corsa è trainata dall'imminente scadenza dei vecchi e piuttosto generosi incentivi pubblici alle installazioni e alla produzione di energia solare. Con un dibattito ancora aperto sul nuovo regime, con tutta probabilità più avaro, che dovrebbe scattare entro fine anno. Sta di fatto che il fotovoltaico italiano chiude il 2009 al raddoppio rispetto a fine 2008, con oltre 900 megawatt di impianti titolati ad accedere ai sussidi del "conto energia", il meccanismo che garantisce la rivendita all'operatore elettrico della corrente così prodotta ad un prezzo maggiorato. Lo fa sapere il Gse, il gestore dei servizi energetici, il coordinatore dei sussidi pubblici. Che traguarda la prossima decisiva tappa: entro il prossimo luglio si arriverà ai 1.200 megawatt incentivati, il massimo previsto dal vecchio sussidio in scadenza. Da segnalare anche i numeri di Ternienergia, che nel 2010 costruirà sei impianti fotovoltaici per una potenza di 14,5 investendo 45 milioni. Gli analisti esibiscono proiezioni e consigli. In questi mesi si sta correndo nella consapevolezza che gli incentivi per i futuri impianti verranno tagliati, motivando questa decisione con la crescita della redditività dei nuovi pannelli, più efficienti e meno costosi. Ma davvero è così? E "quanto" è così?

Il dibattito è vivace. I ministeri deputati (Sviluppo economico, Ambiente, Economia) lavorano ai nuovi incentivi. E le associazioni di settore stanno trovando una sintesi: mentre sui piccoli impianti il sussidio deve essere mantenuto sostanzialmente invariato, per quelli più grandi è accettabile un taglio attorno al 15% (i produttori aderenti al gruppo Gifi Anie si erano inizialmente detti disponibili a un taglio maggiore per le grandi installazioni purché non si toccassero le piccole; interessante la proposta di riforma avanzata da Gifi, Aper, Assosolare e Ises).

Ma ecco una nuova voce, che riaccende il dibattito. Tagliare gli incentivi non conviene a nessuno. Anzi, l'Italia è nella situazione migliore per trasformare una corsa più veloce possibile alle rinnovabili, e in particolare al solare fotovoltaico, in un poderoso moltiplicatore di sviluppo economico e di occupazione. La diagnosi viene dall'ICom, l'istituto per la competitività, in uno studio allestito per conto di Asso Energie Future. Margine per tagliare gli incentivi mantenendo la spinta «in realtà non ce ne sono, visto che la competitività economica dei materiali viene praticamente annullata da altri fattori, come gli accresciuti oneri finanziari e l'imposizione fiscale» incalza Massimo Sapienza, presidente di Asso Energie Future. E comunque la tutela dell'incentivo produrrebbe solo risultati positivi, per tutti. L'obiettivo è peraltro obbligato, fa notare l'ICom: con la Ue abbiamo concordato un decollo a ben 9mila megawatt entro il 2020 (la Germania è già oggi a 6mila). Un incentivo coerente con questo obiettivo corriponderebbe ad un aggravio compensativo nelle bollette degli italiani «inferiore ai due euro mensili a famiglia». Ma anche mantenendo l'attuale massiccia importazione di materiali (pannelli e apparati di controllo) lo stimolo alla nostra economia verrebbe – si legge nello studio che verrà presentato ufficialmente dopodomani – 22 miliardi di valore aggiunto e 45mila nuovi posti di lavoro.

Se poi riuscissimo, come tutti auspicano, a creare una vera filiera industriale nazionale del solare il maggior valore aggiunto salirebbe – valuta l'ICom – a ben 110 miliardi, con la creazione di oltre 210mila posti di lavoro. E anche la finanza pubblica farebbe il pieno, grazie all'imposizione indotta: 6,6 miliardi di euro con l'attuale sistema produttivo e addirittura 31 miliardi con una buona filiera nazionale. Per non parlare dei benefici ambientali: 6 milioni di tonnellate di CO2 in meno, con una riduzione del 5 per cento delle emissioni complessive nazionali del settore termoelettrico.

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